Possono le neuroscienze migliorare i contenuti della comunicazione aziendale? Ce lo racconta Mike Templeman di Forbes

Le neuroscienze offrono diversi spunti su come raccontare una storia. 
Lo spiega in “How To Use Neuroscience To Improve Your Content Marketing Strategy” Mike Templeman, redattore di Forbes.

Lo scopo delle neuroscienze è quello di sfruttare la ricchezza di informazioni raccolte misurando le fluttuazioni elettriche del cervello per guidarlo verso una visione positiva attraverso i nostri messaggi.
Per farlo non serve un neuroscienziato. Quello che ci dice Templeman è che possiamo prendere in prestito alcune “tattiche” da mettere al servizio dei nostri racconti.



Usare le emozioni per stimolare il cervello.
Lo sappiamo bene. Il nostro cervello viene stimolato dalle emozioni intense. Quando proviamo qualcosa che colpisce e investe le nostre emozioni (sia in maniera positiva che negativa) siamo portati ad assoribire e ritenere il contenuto che ha indotto in noi una reazione.

Appellarsi agli istinti egoistici del cervello.
Il nostro cervello si è evoluto in maniera egoistica, per poter reagire in modo che noi possiamo sopravvivere (pensate ad esempio nelle situazioni in cui emerge il nostro istinto di sopravvivenza) e ci aiuta a farci sentire bene con noi stessi. L’obiettivo quindi è quello di stimolare l’ego del lettore e fare in modo che si senta sicuro e appagato a livello emozionale dal contenuto che gli si propone. Questo fa in modo che il contenuto stesso sia accolto positivamente.

Sfamare il desiderio di familiarità del nostro cervello.
La ragione per cui una storia ha successo, più spesso di quanto non sembri, è data dalla combinazione per cui quella storia sia consistente e confortante a livello cerebrale dalle interazioni con il mondo attorno a noi. Quando riconosciamo modelli familiari, il nostro cervello risponde producendo dopamina (un potenziale neurochimico che ci spinge ad agire verso obiettivi, desideri e bisogni con la conseguenza di rafforzare il piacere quando realizziamo tali risultati). Ecco perché è importante tenerne conto nella progettazione di grafiche, nell’uso di colori e addirittura nella forma dei caratteri con cui scriviamo.

Sorprendere il cervello scegliendo parole inaspettate.
Il nostro cervello, mentre consumiamo un contenuto di qualsiasi natura, processa le informazioni in maniera molto veloce ed essenzialmente predice e pre-processa le parole e le frasi (tutta la sintassi, per intenderci) secondo schemi che ci sono familiari. Questo ci permette, se ci fate caso, di saltare parole o addirittura capoversi qualora il contenuto sia troppo prevedibile. Ecco che l’utilizzo di una forma alternativa, spiazzante, può darci una mano a raggiungere il risultato di tenere l’attenzione del fruitore alta. Se ad esempio la nostra frase è “Il denaro non cresce sugli...” è automatico completare la frase con “...alberi”. Proviamo invece allora a scrivere “Il denaro non cresce sui jeans di marca”. Ecco che la nostra attenzione ha un guizzo. Utilizziamo, quindi, questo trucchetto. Con moderazione, ovviamente.


Fuori di ogni dubbio: il nostro cervello si attiva istintivamente quando posto di fronte a certi tipi di stimoli.  La nostra sfida è quella di raccogliere e indirizzare correttamente le sollecitazioni al fine di creare un contenuto più efficace. Fortunatamente la neuroscienza ci fornisce alcune direzioni: utilizzare elementi emotivi per stimolare il cervello, sfruttare i suoi istinti egoistici, coccolarlo con il suo desiderio di familiarità e sorprenderlo con la manipolazione del linguaggio.

Una serie di fattori che sono parte delle nostre micro redazioni, al servizio personalizzato dei nostri clienti e che ci aiutano a rendere sempre più efficace la costruzione di contenuti e relazioni.